1. 017 koba. il russo


    Data: 19/02/2022, Categorie: Gay / Bisex Autore: CUMCONTROL, Fonte: Annunci69

    ... con l'abbaiare dei cani e col vociare dei bambini a giocare negli acquitrini.
    
    Entrammo nel campo a passo svelto, e affondammo nella folla del primo mattino, ove lo sbuffo di sporche marmitte preannunciava un nuovo giorno di ispezioni fraudolente nella città.
    
    Le donne salutavano in festa gli uomini e i mocciosi rincorrevano le auto perdendosi nel fumo delle loro marmitte.
    
    Ci dirigemmo verso un camper, l'unico che in quella landa fosse ingentilito da mastelli di zinco e gerani che agonizzavano in giare disposte ai fianchi del predellino.
    
    Entrammo.
    
    L’aria era sorda, asfittica, densa di un esalare incessante di sudore, sporcizia, fumo e frittura.
    
    Ero nella reggia. Ero nel camper del capo rom.
    
    Fui sollevato nel non vedere mia madre.
    
    Risparmio al sapiente lettore i dettagli raccapriccianti del mio primo giorno nel campo già novellati nei capitoli precedenti, in cui il capo fece uso e abuso del mio corpo.
    
    Tuttavia, il capo rom, nei giorni a seguire del suo “ius primae noctis”, dimostrò nei miei riguardi una franca tolleranza, lasciandomi integrare sia pure in parte alla vita di quella megalopoli di roulotte nei due anni a seguire.
    
    Il capo sedeva in silenzio al di là del tavolo, con i gomiti piantati a fumare sigarette ripugnanti.
    
    Di fianco a lui, un uomo.
    
    Quell'uomo era alto, era diverso dagli altri uomini del campo.
    
    Diversamente dai maschi del campo, spesso dotati di una pancia deforme predittiva di disturbi epatici, l'uomo che mi stava di ...
    ... fronte aveva un ventre quasi piatto ed un petto salutare, prominente e braccia tornite.
    
    L'uomo aveva un pacco piacevole a esaminare e che rigonfiava i jeans sotto la spessa cintura di cuoio.
    
    Aveva una camicia di cotone, di buon filato bianco e di fine sartoria. Il colletto era aperto quel tanto da lasciar fiorire un collo deciso.
    
    Le labbra erano sottili, il naso e gli zigomi, e ancora le mascelle, mi parvero come scolpiti nel marmo, ed il suo incarnato era roseo, di un roseo candido che mi parve di morire tanto quel candore primeggiava con prepotenza sulla ammorbante atmosfera del camper.
    
    I capelli ed il mantello della sua barba, erano insieme velati di un rubino luminoso. I riflessi demarcavano le sue origini di un profondo nord.
    
    Gli occhi poi… gli occhi suoi recavano il miele di una infanzia antica, sopravvissuta agli anni per una sospetta dolcezza che condivideva nello sguardo in un’ aura di crudeltà anch’essa antica.
    
    Si presentò con un buon italiano ma dalla pronuncia russa.
    
    Il suo nome era Koba.
    
    Koba. Leggendario Robin Hood della Grande Russia di cui forse andava fiero, ma anche il soprannome di Stalin, l'uomo delle purghe e responsabile di ventuno milioni di morti.
    
    Goffamente pronunciai il mio nome, non staccando per un solo attimo il mio sguardo dagli abissi cui mi affacciavo dai suoi stessi occhi.
    
    Mi strinse la mano e mi fissò. Occhi vigili, fermi, mentre tutto di lui, del suo muoversi e della sua stessa corporeità si rendeva lieto di ...
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