1. Fino in fondo, figlio mio


    Data: 07/02/2023, Categorie: Maturo Tabù Autore: giessestory, Fonte: xHamster

    Mi chiamo Rosa, ho sessant’anni… e sono piegata sul tavolo della cucina di casa mia.
    
    Ho i gomiti e gli avambracci poggiati sul piano, per sostenermi; le mani conserte, non giunte, perchè non sto pregando! Al contrario… Forse sono in procinto di compiere il più inconfessabile dei peccati della vita mia.
    
    Non so quanto questo contribuirà alla mia perdizione, ma sono ancora una bella donna. Alla mia età non si può più mentire, o illudersi: il fisico parla chiaro della tua salute, non della tua bellezza. Basta pesarsi; basta che gli acciacchi e i dolori dell’artrite non ti facciano procedere storta, o peggio. Le carni toniche, il culo sodo, i seni consistenti… se a sessant’anni sei così: allora sei, indiscutibilmente, una bella donna… ed io, fortunatamente, sto benissimo. E poi da giovane ero molto bella… è innegabile, basta osservare le foto, che conservo tanto amorevolmente. Nonostante questo, sono quasi certa che, la bellezza, sia solo l’ultima delle attrattive che potrebbero indurmi a essere complice di un esecrando peccato… e, di conseguenza, peccatrice io stessa.
    
    La cosa che mi perderà, ne sono certa, è la cultura. L’amore, (che adesso maledico) per la lettura, la conoscenza. La passione per le arti e per i grandi artisti… poeti, pittori, scultori: amanti del bello, per forza di cose e pertanto, irrimediabilmente, lascivi, molli al peccato; promiscui, sessualmente confusi.
    
    Maledetta! Se non avessi amato tanto la cultura, sarei stata di certo meno sensibile, ...
    ... meno permissiva; non mi sarei persa ogni volta in mille se e mille ma!
    
    Probabilmente non mi sarei accorta di niente, oppure avrei gestito la cosa “a suon di ceffoni”. Come quelle belle mamme di una volta, che allevavano i figli alla maniera Spartana: o sopravvivevano, maschi e a****leschi, o restavano, per tutta la vita, imbelli, instabili, spesso froci.
    
    Invece io, a furia di pensare, rimuginare, attendere, sperare, mi sono ridotta così.
    
    Piegata, come si suol dire, a 90 gradi, o come ancor più volgarmente si definisce, “a pecora”, sul tavolo della cucina, in una complice penombra.
    
    Per rendermi più disponibile, più comunicativa; per trasmettere il “messaggio” che la mia bocca non oserebbe mai profferire, ho cercato anche di abbigliarmi, in modo da farmi intendere.
    
    Certo, non ho più nulla della lingerie che indossavo da giovane: apparecchiata, pronta per il piacere di mio marito, né la indosserei. Al posto delle collant contenitive, però, indosso le calze nere, autoreggenti, con la riga dietro. Le avevo in casa da chissà quanti anni, ancora intatte nella loro confezione. Ma comunque non si vedono sotto la gonna, nera e stretta, che mi arriva al ginocchio… chissà, forse stando così, piegata, la gonna dietro è salita un po’ più su? Di sopra porto solo una camiciola, ma niente di comodo, niente di ciò che adopero normalmente per starmene tranquilla, a casa mia.
    
    Lo stesso vale per le scarpe col tacco, anche quelle, recuperate dal passato. Niente di speciale, per ...
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